Edizione Roma·Luoghi·Aventino
Aventino, l'ora che non si vede
Tutti vanno all'Aventino per il giardino degli aranci. Noi ci siamo andati alle sette di mattina, prima che la collina si riempisse.
Redazione · 07 maggio 2026 · 5 min

Le sette meno cinque. Salita su viale Aventino, il primo runner ci sorpassa senza voltarsi.
Ha quarant'anni circa, scarpe da corsa serie, fiato regolare. Sale a passo di gara verso la curva di via di Sant'Anselmo. Lo seguiamo a piedi, senza fretta, per il piacere di vedere come l'Aventino si comporta a quest'ora — quando i pullman turistici sono ancora in deposito e il giardino degli aranci è soltanto un giardino.
L'Aventino delle cartoline è un Aventino di tre cose: il giardino degli aranci, il buco della serratura del priorato di Malta, l'affaccio dal roseto sul Circo Massimo. Se uno arriva alle dieci di mattina, vede solo questo, e in coda. Se uno arriva alle sette, vede invece un quartiere — uno dei pochi quartieri davvero residenziali del centro storico, popolato da settori della borghesia romana che vivono qui da tre o quattro generazioni.
Le sette e dieci, viale di Sant'Anselmo
Viale di Sant'Anselmo a quest'ora è un viale di gente che lavora. Una signora porta in giro un setter inglese al guinzaglio lungo, un uomo di mezza età sta portando un bambino di sei anni a scuola — il bambino tiene in mano una merenda incartata, l'uomo gli sta spiegando qualcosa di matematica. Una donna esce da un portone con due cestini della spesa già pieni: viene dal mercato di Testaccio, ci dice quando ci fermiamo a chiederle, è più rapido a piedi che in macchina.
L'Aventino è un quartiere di pochi metri quadri ma di tante abitudini. Le fioriere sui balconi sono curate, le persiane sono verniciate, i citofoni hanno cognomi che si ripetono — Brancaccio, Vinciguerra, Fortini — e i palazzi hanno targhe d'ottone con nomi di studi professionali al primo piano. È, in piccolo, una piccola Roma alta che non si racconta quasi mai, perché non fa rumore.
Le sette e mezza, il roseto
Saliamo verso il roseto comunale. A quest'ora il cancello è aperto da poco, e dentro c'è soltanto un giardiniere — Andrea, ci dirà più tardi, da diciannove anni in servizio al roseto — che sta legando con dello spago di iuta i fusti delle rose damascene. "L'aprile è il mese in cui le rose si decidono", ci spiega quando ci avviciniamo. "Se le leghi adesso, fioriscono tutte alla stessa altezza in maggio. Se aspetti, ti vengono storte."
Ci dice anche un'altra cosa, che non ci aspettavamo. Il roseto, alle sette e mezza, è il momento più bello della giornata. "Il sole entra di taglio dall'angolo orientale, le foglie sono ancora bagnate dalla rugiada, e i petali hanno la temperatura giusta. A mezzogiorno, quando arriva la gente, le rose hanno già perso la forma. Le foto belle del roseto si fanno tutte adesso. Soltanto che adesso non c'è nessuno a farle." Ride mentre lo dice. Riprende a legare il fusto.
Le foto belle del roseto si fanno alle sette e mezza. Soltanto che adesso non c'è nessuno a farle.
Le otto meno cinque, giardino degli aranci
Dal roseto al giardino degli aranci sono cinque minuti a piedi. Quando arriviamo, alle otto meno cinque, in giardino ci sono in tutto sei persone: due runner che fanno stretching alla sbarra di legno, una coppia anziana che cammina abbracciata, un giapponese che fotografa la cupola di San Pietro con un cavalletto, e un signore romano con un thermos del caffè che è seduto sulla panchina centrale, da solo, e guarda il panorama come si guarda un membro di famiglia.
Ci sediamo accanto a lui. Si chiama Pietro, ha settantadue anni, vive in via di Santa Sabina dal 1980. "Tutte le mattine, da quando sono andato in pensione, vengo qui alle otto meno un quarto. Mi siedo, prendo un caffè, guardo la città. Quando arrivano i turisti, alle nove e mezza, me ne vado." Beve un sorso. "Non sono contro i turisti. Hanno il diritto di vedere Roma. Ma il giardino degli aranci, prima che diventi una piazza di selfie, è un'altra cosa. È il posto in cui Roma sembra ancora la città di una volta. Bassa, ocra, calma. Per mezz'ora al giorno è ancora possibile."
Le otto e venti, Santa Sabina
Santa Sabina è la basilica più semplice e più alta dell'Aventino. Cinquemila metri cubi di luce, mura a vista, un pavimento cosmatesco che a quest'ora è ancora illuminato di taglio dal sole basso. Quando entriamo, alle otto e venti, dentro c'è una sola persona: una donna in piedi davanti all'altare maggiore, le mani giunte, immobile. Non sappiamo se sta pregando o se sta solo guardando la luce. Restiamo dieci passi indietro per non disturbare.
L'Aventino è uno dei pochi punti del centro storico in cui il rumore di fondo della città non arriva. La basilica restituisce questo silenzio amplificandolo: quando si cammina sul cosmatesco, si sentono i propri passi rimbalzare sulle pareti. È un silenzio di pietra, non di vuoto. È il motivo per cui, a quest'ora, vale la pena entrare.
Le nove meno dieci, il rientro
Quando usciamo dalla basilica, sul piazzale antistante arrivano i primi pulmini. Ne contiamo tre, in dieci minuti. I turisti scendono in fila, con le guide che alzano le bandierine, e si dirigono al buco della serratura. Pietro, sulla panchina del giardino, finisce il caffè, chiude il thermos, si alza, e si avvia in discesa per via di Santa Sabina. Il giardino degli aranci, nel giro di un quarto d'ora, passa da sei persone a sessanta.
L'Aventino, alle nove meno dieci, ha appena cambiato pelle. Per altre due ore sarà un punto di vista turistico, poi nel pomeriggio tornerà quartiere domestico, poi alle sei di sera diventerà luogo di passeggiate di quartiere, poi alle dieci si spegnerà. Ma le sette e mezza, le otto meno cinque, le otto e venti — queste tre ore — sono la finestra in cui l'Aventino è ancora l'Aventino di chi ci abita davvero.
Si arriva a piedi dal Circo Massimo. Ci si mettono dieci minuti, in salita. Vale la pena, ma soltanto a quest'ora.
Aventino — Roma — sopralluogo del 4 maggio 2026