Edizione Roma →

Edizione Roma·Speciale Ritorni·Roma

Tre soglie che hanno cambiato mestiere

Una farmacia diventata enoteca. Un cinema diventato libreria. Una pasticceria che è tornata pasticceria. Tre indirizzi romani.

Redazione · 07 maggio 2026 · 5 min

Everylife

Tre soglie. Tre mestieri scomparsi. Tre case che oggi fanno qualcosa d'altro, ma che ricordano ancora cosa erano.

Apriamo *Speciale Ritorni* — la rubrica a rotazione dedicata ai luoghi che hanno cambiato pelle — con tre indirizzi romani in cui un mestiere antico ha lasciato spazio a un mestiere nuovo, senza perdere la propria firma. Una farmacia diventata enoteca. Un cinema diventato libreria. Un'antica pasticceria che è tornata a essere pasticceria, ma di un'altra famiglia.

Ritornare, in città, vuol dire raramente tornare uguali. Vuol dire più spesso accettare che un edificio porta in sé la memoria di chi l'ha abitato per decenni, e che il modo più rispettoso di cambiarlo è non cancellarla. Le tre soglie che presentiamo qui hanno fatto questa scelta, ognuna a modo suo.

1. La farmacia che è diventata enoteca — via dei Banchi Vecchi

In via dei Banchi Vecchi, a duecento metri da piazza Navona, esiste dal 1907 una farmacia di quartiere — Farmacia Schiavi — chiusa nel 2019 dopo l'ultima generazione di farmacisti. L'insegna era in legno con lettere dorate, le scaffalature interne erano in noce con cassetti d'ottone, il bancone era in marmo statuario. La proprietà degli arredi, vincolata, è rimasta dov'era. Quello che è cambiato è la merce.

Da febbraio 2024, dentro le scaffalature originali della farmacia Schiavi vengono esposte bottiglie. Si chiama Spezieria, è una piccola enoteca di sessanta metri quadri gestita da una coppia di trentenni romani — lui sommelier formato a Verona, lei ex giornalista enogastronomica. "Quando abbiamo visto il locale, abbiamo avuto un attimo di esitazione", ci racconta lui. "Pensavamo di rifare gli scaffali per metterci le bottiglie. Poi abbiamo capito che gli scaffali del 1907 erano migliori di qualunque cosa avessimo potuto progettare nel 2024. Li abbiamo lasciati e ci abbiamo messo dentro il vino."

I vasi di porcellana bianca con le scritte latine in oro — *Aqua Distillata*, *Tinctura Iodi*, *Sirupus Simplex* — sono ancora al loro posto, sui ripiani più alti. Sotto, ottocento etichette di vini italiani e francesi naturali. La caffetteria è gestita da un banco in marmo che era il banco del farmacista. "Spezieria è una farmacia che cura un'altra cosa", dice scherzando lei mentre apre una bottiglia di Cerasuolo. È una formula buona.

2. Il cinema che è diventato libreria — Testaccio, via Marmorata

Il Cinema Volturno, in via Marmorata a Testaccio, è stato per cinquantatré anni — dal 1957 al 2010 — il cinema di seconda visione del quartiere. Tre sale, novecentoventi posti complessivi, una facciata art déco con il neon rosso che la sera illuminava metà strada. Chiuso nel 2010 per insolvenza, è rimasto vuoto otto anni.

Nel 2018 una libreria-caffè-spazio eventi, Volturno, ha rilevato l'edificio. La sala più piccola — duecento posti — è stata convertita in libreria, con scaffalature alte sei metri costruite intorno al palco originale dello schermo, che è stato lasciato dov'era. Sul palco, oggi, si fanno presentazioni di libri. Le poltroncine in velluto rosso del cinema sono state restaurate e riposizionate in platea, e si possono usare per leggere.

Le poltroncine in velluto rosso del cinema sono state restaurate. Oggi si possono usare per leggere — chiunque, gratis.

"L'idea di partenza era restituire al quartiere un luogo di cultura", ci dice la direttrice Volturno, una donna di quarantotto anni che ha lavorato in editoria a Milano per quindici anni prima di tornare a Roma. "Il cinema Volturno è stato un luogo di Testaccio per due generazioni. Quando abbiamo riaperto, sono entrate persone che ci venivano da bambini con i genitori. Ci hanno raccontato i film che avevano visto. Quei racconti sono ancora il pezzo più bello del progetto."

La sala media — quattrocento posti — è stata mantenuta come sala cinema, con programmazione d'essai. La sala grande — trecentoventi posti — è stata convertita in spazio eventi, affittabile per presentazioni e concerti acustici. Il bilancio chiude in pari. Non è poco, per una libreria romana del 2026.

3. La pasticceria che è tornata pasticceria — Monti, via dei Serpenti

In via dei Serpenti, a Monti, esisteva fino al 2014 la storica Pasticceria Andolfi — quattro generazioni della stessa famiglia, dal 1908 al 2014, dolci della tradizione romana e specialità abruzzesi. Quando l'ultimo Andolfi è andato in pensione senza successori, il locale è stato venduto e per tre anni ha ospitato un negozio di abbigliamento. Sembrava finita.

Nel 2019, una giovane pasticcera napoletana — Anna, trentatré anni allora, formazione a Caserta e a Lione — ha rilevato il locale e l'ha riconvertito a pasticceria. Ha mantenuto le vetrine di legno con il cristallo curvo, ha mantenuto i banconi in marmo bianco, ha mantenuto perfino il vecchio orologio a muro che batteva ancora le ore mezze. Ha cambiato soltanto la merce e la firma. La pasticceria si chiama oggi Anna Pasticceria — non più Andolfi, e questo è importante: non si è camuffata in eredità non sua.

I dolci di Anna sono napoletani, non romani. Babà, sfogliatelle, pastiere, struffoli a Natale. Sembrava una scommessa — pasticceria napoletana a Roma, in un negozio storico romano — e invece ha funzionato. "Non potevo fingere di essere un'altra Andolfi", ci dice Anna mentre stira la pasta di una sfogliatella. "Quel mestiere lì lo facevano loro, e nessuno potrà più rifarlo come lo facevano loro. Ma il negozio meritava di restare un negozio di dolci. Era nato per questo. Quei marmi e quelle vetrine sono state pensate per esporre paste, non magliette. Ho fatto solo la cosa naturale."

Sopra il bancone, in un angolo, c'è ancora la fotografia in bianco e nero del fondatore della pasticceria Andolfi nel 1908. Anna l'ha lasciata lì. "Era della casa. Mica posso togliergliela."


Tre soglie. Tre ritorni. Una stessa lezione: a Roma, quando un luogo cambia mestiere, la versione migliore è sempre quella che non finge di essere un altro luogo. Spezieria non finge di essere una farmacia, ma usa gli scaffali della farmacia. Volturno non finge di essere un cinema, ma usa le poltroncine. Anna non finge di essere Andolfi, ma usa i banchi e dichiara la propria firma napoletana.

È un modo intelligente di stare in città vecchia. Riconoscere che gli edifici hanno una memoria, accettarla, dichiararla, e poi farci dentro qualcosa di proprio. La prossima Speciale Ritorni — nel numero uno — porterà tre indirizzi nuovi. Ne abbiamo individuati una decina. Stiamo scegliendo.

Roma — sopralluogo del 6 maggio 2026